Centro Culturale Lepanto

Lepanto Focus n. 8                                                        13 febbraio 2009

A cura del Centro Culturale Lepanto 
www. lepanto. org

Convegno internazionale del Centro Culturale Lepanto
sul card. Alfons Stickler

La cd. "crisi dei mutui subprime" ha innescato una profonda crisi finanziaria a livello mondiale.
La crisi finanziaria ha innescato a sua volta, per via di una accresciuta prudenza nella concessione  dei crediti interbancari, alle imprese ed alle persone fisiche, una profonda crisi a livello della cd. "economia reale".
Ma molto più pericolosa potrebbe essere la crisi psicologica, innescata da questo inceppamento del libero mercato, a livello dell'opinione pub-blica occidentale.
Infatti non possiamo chiudere gli occhi di fronte all'evidenza del fatto che tutte le attuali élites religiose, intellettuali e politiche si sono formate nel XX secolo, che giustamente è stato definito il "secolo socialista", per via dell'egemonia culturale e politica della Sinistra.
Tranne una ridottissima minoranza, tutta questa élite ha imparato dal mondo accademico e da quello mediatico a disprezzare l'istituto della proprietà privata, visto dai più estremisti come un male assoluto da abbattere, e dai più moderati come un male minore da tollerare, a condizione di tenerlo a guinzaglio corto (vedi leggi per limitare o ultra tassare il diritto di eredità, il diritto a edificare o ampliare i propri immobili ad uso abitativo, persino il diritto ad usare il trasporto privato).
Come chiudere gli occhi di fronte al fatto che persino le élites dell'attuale centro Destra vedono in posizione di assoluto rilievo ottime persone che però si sono formate in ambiente socialista, comunista o persino trostzkista, ovvero di socialismo nazionale o di statalismo gentiliano?
Quanti esponenti del vecchio Partito Liberale Italiano sono oggi Ministri o leaders del PdL?
Se sul settimanale "Time" appare il volto di Karl Marx, se Sarkozy annuncia di essersi riletto le sue opere, se Angela Merkel le ha imparate a memoria da giovane attivista nella Germania Est, se Sua Eminenza il cardinal Bertone si è circondato fino a ieri di giovani esponenti di Sinistra, come non temere che l'attuale confusione e l'estrema angoscia della pubblica opinione stravolga le buone intenzioni del dottor Jekill e risvegli mister Hide?
La dottrina sociale cattolica ci insegna che la proprietà privata è un diritto naturale risalente alla Creazione stessa, e riconosciuto come tale dalla millenaria Cattedra di Pietro, non una geniale invenzione di Adam Smith!
Le teorie economiche passano, il diritto alla proprietà privata rimarrà finché esisterà una società umana.
E' il momento di ricordarlo!

UN DIRITTO NATURALE

La proprietà privata è un diritto naturale dell'essere umano: lo insegna la Parola di Dio, e non solo nei Suoi Comandamenti: "Non rubare (…) Non desiderare la casa del tuo prossimo (…) né il suo bue o il suo asino, né cosa alcuna che sia del tuo prossimo" (Esodo, 20, 15 - 17).
Anche nelle prime righe della Sacra Bibbia troviamo implicito il diritto dell'uomo a possedere beni materiali, come osserva San Tommaso d'Aquino: "Questo dominio naturale dell'uomo sulle altre creature in forza della ragione, la quale gli conferisce l'immagine di Dio, viene così espresso nella narrazione stessa della creazione, cioè nella Genesi: 'Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza; e presieda ai pesci del mare, ecc.'. ERGO: Dio ha il dominio radicale di tutte le cose. Ma egli stesso ha ordinato, secondo la sua provvidenza, che certe cose servissero al sostentamento corporale dell'uomo. Ecco perché l'uomo ha il dominio naturale su di esse per il potere che ha di servirsene." (1).

LA PROPRIETA' PRIVATA

Il grande pensatore cattolico del XX secolo Plinio Corrêa de Oliveira sottolinea che "poiché l'uomo è padrone del suo lavoro, è padrone del frutto del suo lavoro. Cioè, l'uomo è proprietario del suo salario (…) la proprietà del salario genera la proprietà di ogni sorta di beni mobili ed immobili (…) la proprietà - l'espressione, se non mi inganno, è di Leone XIII - è lavoro condensato ed accumulato" (2).
Ma non è solo per l'utilità individuale, ma anche per l'utilità di tutta l'umana famiglia che l'uomo ha il diritto di "possedere dei beni propri. Anzi questo è persino necessario alla vita umana (…) perché ciascuno è più sollecito nel procurare ciò che appartiene a lui esclusivamente, che quanto appartiene a tutti, o a più persone: poiché ognuno, per sfuggire la fatica, tende a lasciare ad altri quanto spetta al bene comune; come capita là dove ci sono molti servitori." (3).
Le parole del Dottore Angelico trovarono una clamorosa conferma storica quando, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Patto di Yalta consegnò nelle mani dell'allora capo del comunismo, Stalin, parte del mondo industrializzato europeo: la Germania, soprattutto, nella quale lo stesso popolo, diviso in due, in pochi anni fiorì nella prosperità industriale nella parte che permetteva la sopravvivenza della Tradizione religiosa, della Famiglia cristiana, della Proprietà privata, mentre sprofondò nella miseria nella parte che venne comunisticamente organizzata accantonando le suddette istituzioni "arcaiche".
Ma già prima il Magistero di Pietro aveva ammonito che "il diritto del dominio privato viene largito agli uomini dalla natura, cioè dal Creatore stesso, sia perché gli individui possano provvedere a sé e alla famiglia, sia perché, grazie a tale istituto, i beni del Creatore essendo destinati a tutta l'umana famiglia, servano veramente a questo fine; il che in nessun modo si potrebbe ottenere senza l'osservanza di un ordine certo e determinato"(4). Si noti che l'istituto della proprietà privata non è solo di beneficio materiale sia alle singole famiglie che all'intera umana famiglia, ma anche di beneficio spirituale, essendo necessario a quella santificazione, individuale e sociale, la quale esige la pratica non solo di alcune ma di tutte le virtù cristiane, in particolare delle quattro virtù cardinali: "Le virtù cardinali sono, come dice il nome, cardini sui quali si appoggia tutta la santità. Perché l'anima si santifichi, deve conoscerle rettamente, amarle sinceramente e praticarle genuinamente. Tutta la nozione di giustizia si fonda sul principio che ogni uomo, il suo prossimo individualmente considerato e la società umana sono rispettivamente titolari di diritti cui corrispondono naturalmente dei doveri. In altri termini, le nozioni di 'mio' e di 'tuo' stanno alla base del più elementare concetto di giustizia. Ora, proprio queste nozioni di 'mio' e di 'tuo' in materia economica, portano direttamente e ineluttabilmente al principio della proprietà privata. Da ciò deriva che, senza la retta conoscenza della legittimità e dell'estensione -come d'altra parte anche della limitazione - della proprietà privata, non c'è retta conoscenza di cosa sia la virtù cardinale della giustizia. E senza questa conoscenza non sono possibili né un vero amore, né una vera pratica della giustizia; insomma, non è possibile la santificazione" (5).
Si comprende quindi come dalla Cattedra di Pietro si affermi che "è perciò che la dottrina sociale cattolica, con tanto cosciente impegno, sostiene anche il diritto dell'individuo alla proprietà" (6).

LA RICCHEZZA

Se poi la proprietà privata è un bene in sé (e semmai è l'uso che se ne fa che può essere buono o cattivo), dato che l’eccessivo e disordinato attaccamento ad essa è un’imperfezione morale ma non un reato civile o penale. allora è pura malizia proporre che lo Stato ponga limiti alle sue dimensioni.
Ben se ne rendeva conto un intransigente avversario dell'Illuminismo massonico come il P. Luigi Taparelli d'Azeglio S.I. (1793 - 1862), per molti anni consigliere e collaboratore affezionato del Beato Papa Pio IX (7).
Dalle colonne de "La Civiltà Cattolica" egli affermava che "posta dunque l'idea cattolica del proprietario, niuno ostacolo può trovarsi all'indefinito aumento di ricchezza nei singolari diritti di ciascun cittadino: né apparisce ragione per cui debba il governo a tutela di questi mettere un freno all'arricchire di chicchessia" (8).
Ed aggiungeva: "In tale società (cattolica) la vastità dei latifondi nulla ha che disdica alla giustizia della Provvidenza, come non le disdice l'aver voluto che uno comandi e le miriadi obbediscano, uno insegni e le centinaia imparino; giacché e il comando e l'obbedienza, e la proprietà e il lavoro, e la dottrina e la docilità sono, rispetto alla società, indirizzate al bene comune; rispetto all'individuo, sono funzioni precarie e comparse momentanee, conducenti tutte al possesso del bene infinito" (9).
Ben ricordava, il P. Taparelli, le capziose argomentazioni degli Illuministi settecenteschi, come ad esempio l'Antonio Zanon (1696 - 1770): "Lo Zanon sembra, in sostanza, esprimere la propria preferenza per la piccola proprietà o, almeno, per la piccola impresa: in varie parti della sua opera egli insiste, infatti, sulla necessità di ridurre i latifondi. Anche gli altri economisti italiani del Settecento si mostrano, in genere, contrari alla grande proprietà. Da ricordare, a tale proposito, l'opinione del Verri (…) La soluzione migliore sembra al Verri quella di una più eguale ripartizione delle ricchezze, attuata indirettamente dallo stato. Il Bandini, dal canto suo, aveva affermato che le condizioni degli abitanti della Maremma toscana avrebbero potuto essere migliorate notevolmente da una legge agraria che obbligasse i proprietari a distribuire le loro terre ai coltivatori (…) Anche il Genovesi si mostra favorevole alla più larga diffusione della proprietà agricola (…) di questa opinione sono anche, tra gli altri, il Galanti e il Vasco" (10).
Se dal Piemonte arringava contro il latifondo il Vasco, ossia il padre domenicano Giambattista Vasco (1733 - 1796), grande estimatore del pensiero del barone Turgot (1727 – 1781) e di Adam Smith (1723 – 1790) (11), anche da Napoli l'Illuminismo levava accuse alla grande proprietà: "In questo senso si esprime anche il Filangieri: 'Persuadiamoci (…) questa miseria si perpetuerà (…) finché le leggi restringeranno nelle mani di pochi tutte le proprietà'". (12).

PROPRIETA’ PRIVATA E LIBERO MERCATO: OSSERVAZIONI STORICHE

Nel titolo abbiamo posto il problema del rapporto fra proprietà privata e libero mercato; a proposito di questo rapporto osserviamo nella storia europea quattro opzioni diverse:
Opzione marxista: NO alla proprietà privata, NO al libero mercato.
Opzione anarchica: NO alla proprietà privata, SI al libero mercato.
Opzione corporativa: SI alla proprietà privata, NO al libero mercato.
Opzione liberista: SI (condizionato) alla proprietà privata, SI al libero mercato.
Storicamente, l’opzione marxista, la quale riuscì a farsi Stato solo grazie al marasma indotto da quella Grande Guerra tanto temuta dal Romano Pontefice San Pio X e tanto auspicata da laicissimi circoli di potere politico finanziari nonché da una parte del movimento socialista, è riuscita a sopravvivere come concreta esperienza pubblica, come socialismo reale, meno di ottant’anni, dal punto di vista della durata delle civiltà umane un nulla, crollando nel discredito generale.
L’opzione anarchica ha acquistato concretezza solo in brevi episodi caotici e sanguinari all’interno di situazioni più vaste di disordine e di guerra quali la Rivoluzione d’Ottobre nella Russia del ’17 e la Guerra Civile nella Spagna del ’36.
L’opzione corporativa, che affonda le sue radici nella più antica Roma repubblicana, fu il quadro in cui si sviluppò per molti secoli l’economia europea, dall’Alto Medioevo al Settecento.
Questo periodo ha visto l’Europa salire al rango di signora del Mondo intero.
L’opzione liberista, i cui sostenitori combatterono una dura battaglia culturale contro l’economia corporativa, riuscendo però a trionfare solo con la forza dei despoti illuminati prima e delle baionette napoleoniche dopo, ha potuto sfruttare per quasi un secolo la forza inerziale del moto che più di un millennio di Corporazioni aveva impresso alla prosperità dei Paesi europei: dopodiché, nel giro di pochi decenni, l’Europa è stata economicamente e politicamente detronizzata.

L’OPZIONE MARXISTA
LA PIANIFICAZIONE CENTRALIZZATA

 Per il materialismo storico marxista la proibizione di ogni forma di proprietà privata e di libero mercato sarebbe stata richiesta dalla cd. Rivoluzione industriale, che sviluppò il modello della grande fabbrica, modello poi giunto alla perfezione con il cd. “taylorismo” (dal nome di Frederick Winslow Taylor, 1856 – 1915, teorico dell’organizzazione scientifica del lavoro).
Per il materialismo storico, infatti, tutta la società deve modellarsi in consonanza al modo di produzione e scambio dominante, demistificando ogni sovrastruttura idealista: “Il comunismo abolisce le verità eterne, abolisce la religione, la morale” (13).
Perciò, politicamente, nella Russia sovietica “il modello di Lenin era la struttura verticistico burocratica della fabbrica moderna” (14); perciò, culturalmente, per Antonio Gramsci era necessario che ogni intellettuale si disponesse a “sviluppare in sé una disciplina di lavoro, un metodo di produzione, che lo ‘taylorizzi’ intellettualmente, per così dire” (15).
SE QUINDI, per Marx ed Engels, “l’industria moderna ha trasformato la piccola officina del maestro artigiano patriarcale nella grande fabbrica del capitalista industriale. Masse di operai addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente. E vengono poste, come soldati semplici dell’industria, sotto la sorveglianza di una completa gerarchia di sottufficiali e ufficiali” (16), ALLORA, analogamente, occorre imporre a tutta la società un modello militare di “controllo e regolamento sociale del processo sociale di produzione” (17), E PERCIO’, analogamente, l’azione politica deve basarsi sulla premessa che “la grande industria rende assolutamente necessaria una organizzazione del tutto nuova della società nella quale la produzione industriale sia guidata non più da singoli fabbricanti in reciproca concorrenza, ma (…) secondo un piano determinato” (18).
Sugli errori del socialismo teorico esiste una sterminata bibliografia impossibile da citare adeguatamente: mi limiterò a ricordare gli scritti di Plinio Corrêa de Oliveira e della sua scuola di pensiero; sugli orrori del socialismo reale la bibliografia è parimenti ricca: un titolo per tutti, AAVV, Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, Milano, Mondadori, 1998.

L’OPZIONE ANARCHICA
L’ODIO ANARCHICO

L’opzione anarchica si è concretata nel XX secolo principalmente in due differenti occasioni, qualificate però da caratteri assai simili: in entrambi i casi, nel quadro di una guerra civile fra i difensori di un indirizzo politico almeno formalmente monarchico, della tradizione cristiana nazionale e dei diritti di proprietà privata e, dall’altra parte, un partito marxista leninista, in Spagna addirittura stalinista, i libertari non esitarono ad allearsi con i marxisti, a dispetto del fatto che:
A) fin dall’Ottocento il pensiero anarchico avesse dichiarato il marxismo nemico della libertà;
B) gli anarchici spagnoli sapessero benissimo che durante la Rivoluzione russa gli uomini di Lenin e Trotzsky avevano massacrato i rivoluzionari libertari, massacri che ovviamente gli stalinisti in Spagna ripeterono pedissequamente, a partire dall’assassinio del celebre leader anarchico Buenaventura Durruti.
Con ciò dimostrando che nei fatti, al contrario delle parole, per gli anarchici l’odio della Tradizione cristiana, della Famiglia cristiana ed della Proprietà privata cristianamente intesa (vedi sopra) prevale di molto sull’amore della libertà ed addirittura della loro stessa vita.

KRONSTADT E LA MAKHNOVICINA

La Rivoluzione d’Ottobre vide lottare contro le forze armate fedeli allo Zar, comunisti ed anarchici, fianco a fianco. Una volta sconfitto il comune nemico, i Bolscevici provvidero ad eliminare gli scomodi alleati.
Il dissidio non riguardava gli atti di ferocia, sia verso i religiosi che verso i proprietari terrieri ed industriali (19), rispetto ai quali i due schieramenti erano paragonabili, anche se sempre gli anarchici si distinsero per un maggior amore dei massacri.
Il prefatore alle memorie dell’anarchico russo Volin, riuscito a fuggire in Occidente, difende il paragone con la minor ferocia leninista stalinista (!!!) così affermando: “Il ‘caos’ dell’azione popolare, si dice, costava enormemente in vite, in dolori, in distruzioni, in dissipazioni. La libera sperimentazione, il tentare e ritentare era, si dice, una strada troppo onerosa (…) In verità, ancora una volta e ben a ragione si può ripetere con Godwin che tra i mali del caos d’una società senza autorità ed i mali di una società sottoposta al Governo, i primi son preferibili” (20).
Uno dei motivi più importanti di dissidio era invece la scelta del libero mercato, del libero scambio dei beni da effettuarsi fra collettivi di operai e di contadini o fra singoli lavoratori comunque senza dipendenti al loro servizio, in opposizione alla pianificazione centralizzata marxista.
L’assemblea degli anarchici di Kronstadt stabilì, fra l’altro, di “abolire immediatamente tutti gli sbarramenti” (21) posti dai bolscevici per impedire la libertà del commercio fra la città e il territorio circostante.
L’anarchico Nestor Makhno, nato nelle campagne ucraine ne1l’ottobre del 1889 (22) e morto esule a Parigi nel luglio del 1935 (23) o del 1934 (24), “implacabile giustiziere degli oppressori del popolo” (25), spadroneggiò in Ucraina dal 1917 al 1921.
Nel marzo 1919 strinse un’intesa militare con i Comunisti contro i combattenti fedeli allo Zarismo, a patto che l’Ucraina continuasse a seguire “la stessa via di evoluzione – o, meglio, di rivoluzione – economica e sociale seguita fino ad allora, attività assolutamente libera ed indipendente dei lavoratori, i quali non ammettevano nessun Potere nella loro regione. Noi vedremo (…) che fu questa la causa unica della rottura fra bolscevichi e partigiani, delle vili e ciniche accuse dei primi contro i secondi, e dell’aggressione armata dei comunisti contro la regione libera” (26).
Contro ogni pianificazione centralizzata gli anarchici makhnovisti affermavano, nei manifesti affissi nella regione da loro occupata, che “spetta direttamente agli stessi contadini e operai di agire, di organizzarsi, di intendersi reciprocamente in tutti i campi della loro vita, nel modo da essi concepito e voluto.” (27).
Più in particolare, in materia di organizzazione della produzione e dello scambio, “si propose ai lavoratori di organizzare, essi stessi, la vita nella regione liberata (...) di rimettere in attività, per quanto era possibile, le officine e le fabbriche; di organizzarsi in cooperative di consumo; di intendersi, senza indugio, con i contadini dei dintorni e stabilire con loro relazioni dirette e regolari, in vista dello scambio dei prodotti, ecc. (...) Fu deciso che, in attesa di riforme più profonde, la moneta continuerebbe a servire da mezzo di scambio. Però questo problema era di secondaria importanza, perché da molto tempo la popolazione ricorreva piuttosto ad altri mezzi per scambiare i prodotti” (28).

LIBERTAD

“Bakto” (papà) Makhno, durante l’esilio a Parigi, ebbe ad incontrare altri esuli anarchici di vari paesi, fra i quali Buenaventura Durruti (1896 – 1936) (29), anarchico spagnolo che ci viveva in clandestinità in quanto militante del gruppo barcellonese detto Los Solidarios (30), resosi responsabile di molte rapine per l’autofinanziamento e di diversi omicidi politici, fra i quali quello dell’Arcivescovo di Barcellona, il cardinal Soldevila (31). All’inizio della Guerra civile spagnola gli anarchici presero rapidamente il controllo di alcune zone del Paese (32), con l’idea che “chiesa, famiglia e proprietà dovevano cessare di esistere” (33). Molte chiese furono incendiate o trasformate in officine (34): la scrittrice Simone Weil, la quale era venuta in Spagna per unirsi alle truppe anarchiche come molti intellettuali della Sinistra internazionale, rimase sconvolta dall’allegria con cui venivano fucilati preti e giovani Cattolici (35).
Inoltre l’interesse degli anarchici era quello, dopo aver provveduto a “snidare i fascisti nascosti, di realizzare l’espropriazione e di organizzare la nuova economia rivoluzionaria” (36). Buenaventura Durruti affermava: “La rivoluzione spagnola deve seguire una strada diversa dalla rivoluzione russa” (37).
Quando una colonna anarchica entra in villaggio da “liberare”, “il suo primo atto ha nome limpiar: si propone di eliminare ogni traccia di fascismo” (38) ed infatti “le fucilazioni non finivano mai. A quanto si dice, esse fanno parte del lavoro quotidiano della gente di Durruti, dovunque arrivi” (39).
Dopodiché “in secondo luogo, la colonna sequestra in municipio tutti i registri del catasto e i certificati di proprietà, li porta sulla piazza del paese e ne fa un falò. E’ un procedimento dotato di significato pratico, ma nello stesso tempo è un atto rituale. Tutti gli abitanti del villaggio si riuniscono e il comandante della colonna spiega loro i principi del comunismo libertario. Di regola, vi aggiunge un paio di frecciate collaterali sui pericoli dello stalinismo, che avrebbero successo anche in un circolo conservatore.” (40).
Anche per il loro finanziamento queste colonne di fanatici assassini e nemici della proprietà privata utilizzavano programmaticamente il libero mercato: “Le nostre salmerie compravano il frumento presso il comitato del villaggio, al prezzo consueto, e noi portavamo i sacchi, con i nostri camion, sulla costa di Levante, nella provincia di Valenza. Lì, però, il prezzo del frumento era notevolmente più alto. I camion potevano tornare indietro carichi di frutta e verdura, e inoltre con denaro sufficiente a comprare nuovo frumento” (41).

L’OPZIONE CORPORATIVA
L’INTERESSE CORPORATIVO

Nell’attuale dialettica politica, quale essa oggi si svolge sui mezzi di comunicazione sociale, il termine “corporativo” ha assunto un valore di mero insulto. Se unito a vocaboli che pure sono intesi nella pubblica opinione in senso neutro o addirittura positivo, pensiamo a “interessi” o a “dinamiche”, ne cambia il segno in senso negativo: dinamiche corporative e interessi corporativi sono generalmente ritenuti, in quanto tali, nemici del benessere di uno Stato.
Questo è il frutto della “ventata distruggitrice del secolo dell’illuminismo” (42), un attacco sul piano culturale ed emotivo (asseriva il Verri: “O non metter mano al sistema attuale, ovvero abbracciare l’assoluto e semplice sistema della libertà” (43) ), ove non contano tanto i “’dati’ economici quanto (…) una nuova cultura, una rinnovata visione delle cose” (44).
Ed allora “la ragione non vede più che l’aspetto negativo degli istituti che il sentimento ha già condannati. Ad essi si attribuiscono tutti i mali di cui soffre l’economia del tempo, anche se in realtà quei mali poggino su cause diverse. A poco a poco, per forza di contrasto, si fa strada l’idea che l’opposto delle proibizioni e dei vincoli antichi sia il vero elemento entro il quale germoglia e cresce e prospera il benessere dei popoli.” (45).

IL CUORE DELL’ISTITUTO

Tre sono gli elementi che caratterizzano l’istituto corporativo: la Tradizione religiosa, la Famiglia, la Proprietà privata.
L’elemento religioso (ogni Corporazione aveva il suo Santo protettore, i propri Cappellani, la propria chiesa, più o meno imponente, le proprie festività, etc.) qualificava già il progenitore della corporazione europea, ossia il Collegium romano, sin dai primi tempi della Repubblica: esso aveva “il carattere di una associazione professionale con fini di mutua assistenza esplicantisi anche nel campo religioso” (46).
L’elemento familiare (la corporazione è una famiglia professionale che riunisce le famiglie dedite a quell’arte o mestiere) era pure presente da quando i Decemviri, intorno al V secolo a. Ch. n., riconobbero ai Collegia il diritto di autoregolamentarsi stabilendo con la Legge delle XII Tavole “ ‘Sodalibus potestatem esto pacionem quam velint sibi ferre, donec quid ex publica lege corrumpant’ (…) in quanto il vincolo sociale era concepito alla stessa stregua del vincolo familiare [nota 1: la lex Acilia Repetundarum, riferendo una concezione corrente, aveva considerato il vincolo fra i soci dello stesso collegio alla stessa stregua del vincolo di sangue]” (47). Gli studiosi del diritto romano ben sanno come il carattere familiare dei Collegia fu in seguito usato per tentare di risolvere il problema della successione imperiale.
Le Corporazioni o Università o Arti o Mestieri o Gilde, etc., essendo istituti economici, ebbero però il loro cuore nell’istituto della proprietà privata, intorno al quale essi sono modellati: essi ebbero, come si suol dire, una struttura proprietaria.
Con grande sintesi ricordiamo che la proprietà privata è una obbligazione ERGA OMNES, verso tutti, garantita dall’autorità politica, a non prendere, occupare o interferire nella cosa od interesse di cui io sono proprietario, avendola acquisita o per denaro, o occupandola da molto tempo (usucapione) o per donazione od altro modo legittimo.
In mancanza della protezione dell’autorità politica che obblighi (con i suoi istituti giudiziari e di polizia) tutti gli altri a rispettare questo mio diritto, la mia proprietà privata, sia essa la casa dove abito con la mia famiglia od altro, resterà mia solo fin quando io sarò più efficiente e più forte degli altri: appena mi troverò di fronte ad uno più efficiente e forte di me, costui entrerà in casa mia e prenderà il mio posto, fin quando a sua volta si troverà di fronte ad un altro più efficiente e forte di lui: questo modello di pseudo - “proprietà privata” insofferente di ogni obbligo e di ogni autorità lo troviamo ben spiegato nel famoso testo dell’anarchico Max Stirner, L’Unico e la sua Proprietà.
L’istituto corporativo prevede appunto che un gruppo di famiglie che da tempo esercitino un dato mestiere, siano unite in una famiglia professionale che chieda all’autorità politica (o lo rivendichi per consuetudine secolare) la protezione e garanzia della proprietà privata di quell’arte o mestiere, impedendo a qualsiasi altro che non sia liberamente accettato dai membri della famiglia professionale l’accesso a quel mestiere.

IL TEMPO E’ GALANTUOMO

L’autorità politica, a partire dalla fine dell’Impero Romano il quale, in coincidenza con l’”orientalizzazione” dei suoi ultimi tempi, aveva distorto fini e natura dei Collegia (48), riconobbe in varie forme e modi, a seconda dei tempi e dei luoghi, lo IUS PRIVATIVUM corporativo.
IUS PRIVATIVUM che gli Illuministi tacciarono di monopolio e privilegio, riuscendo a condizionare dal Settecento ad oggi molta parte della storiografia che è stata concorde nell’identificare la struttura proprietaria corporativa con il “privilège illuminista, che ha il preciso significato di discriminazione ingiustamente operata a vantaggio di pochi e a danno di molti” (49).
Ma il tempo è galantuomo, e “gli anni ’80 hanno segnato una svolta anche per la storiografia sulle corporazioni (…) anche la soppressione delle corporazioni è stata oggetto di rinnovate attenzioni storiografiche e intorno alle ragioni di questo provvedimento, che un tempo sembravano scontate, sono sorti interrogativi e perplessità” (50).
La calunnia illuminista contro “tali privative, che fanno dell’industria un esclusivo patrimonio” (51), che arrivò ad affermare che “chi richiede il privilegio esclusivo fa ragionevolmente sospettare, anzi lascia con ogni sicurezza presumere, che egli voglia o debba essere un cattivo manifattore” (52), gravemente nuocendo, così, allo sviluppo dell’industria nazionale (e così pure argomentava, citando Adam Smith ed il barone Turgot, il Vasco (53) ), calunnia fino ad oggi passivamente recepita (54), è oggi contraddetta dal riscontro, ad esempio, che lo scarso peso delle Corporazioni nel Regno di Napoli (55), coincide con il fatto che “malgrado i tentativi mercantilistici di Alfonso il Magnanimo e di Ferrante, la produzione manifatturiera del Regno di Napoli resti povera ed insufficiente” (56).
La calunnia secondo cui i regolamenti corporativi “già superati o prossimi ad esserlo nella dialettica della produzione, si manifestano come ostacoli al progresso e all’espandersi della produzione medesima” (57) si dissolve di fronte alle ricerche che “hanno fatto conoscere la sorprendente capacità di adattamento delle corporazioni alle nuove forme di organizzazione della produzione e del lavoro” (58): ad esempio, le Arti di Venezia prevedevano “spazi per la sperimentazione e l’innovazione, nei quali si inseriva l’iniziativa imprenditoriale; in particolare, l’obbligo di presentare la polizza, o piano annuale di utilizzazione degli impianti e delle maestranze” (59), che era l’occasione per modificare tecniche ed organizzazione del lavoro.

UN ISTITUTO CALUNNIATO

Un’altra calunnia consiste nell’affermare che l’istituto corporativo poteva essere adatto solo a quel periodo medievale in cui in effetti si è strutturato: “L’organizzazione della vita economica assume nell’ambito della città medioevale delle peculiari caratteristiche. Su tale organizzazione deve necessariamente influire lo stato di isolamento in cui la città viene di continuo a trovarsi nei riguardi delle città vicine: fatto questo che dal punto di vista economico è definito con la comune espressione di chiusura del mercato cittadino. Tale chiusura, in potenza od in atto, porta con sé un continuo sforzo autarchico, per cui la produzione della città e della campagna ad essa soggetta devono essere regolate in maniera complementare (…) ora, tale funzione equilibratrice è esercitata, in prima linea, dalle corporazioni (…) detto ciò, se immaginiamo una perfetta chiusura del mercato, e un’assoluta autarchia in un piccolo ambito territoriale, come è quello della città medioevale; se, cioè, per comodo di analisi, diamo per realizzato in pieno il tipo idealmente configurato, ci rendiamo subito conto che un’economia poggiante sul sistema dell’artigianato e costretta entro i limiti dianzi descritti non poteva non essere essenzialmente stazionaria. E’ naturale che l’allargamento del mercato, all’interno e all’esterno, che il crescere e il complicarsi della richiesta di beni (…) dovessero rendere insufficiente quel sistema di produzione e, nello stesso tempo, profondamente alterare la posizione delle corporazioni nel complesso dell’organismo sociale e, quindi, (…) votarle senza rimedio all’esaurimento e alla morte.” (60).
Come si può continuare a sovrapporre questa falsa immagine alla realtà storica, secondo la quale “le corporazioni mercantili comparvero in epoca precedente a quelle artigiane” (61), ed anche alla fine del XVII secolo, quando le Corporazioni furono soppresse dall’alto con la forza, “par exemple” a Lille o a Torino troviamo alla testa delle relative Corporazioni “les marchands les plus capitalistes, les plus impliqués dans le marché capitaliste international” (62)?
Come continuare a sovrapporre quella falsa immagine alla realtà storica di città che furono nodi del commercio mondiale come Amsterdam e Venezia?

LA DOLCEZZA DELLA LIBERTA’

Nei Paesi Bassi, di cui gli Europei progressisti celebravano “la douceur de la liberté (…) une structure monopoliste régissait plusieurs secteurs de l’économie” (63).
Le corporazioni, qui dette gilde, “sorties des anciennes ‘fraternités’ médiévales, elles exercent en principe un contrôle absolu sur la production des biens manufacturés et la circulation des marchandises” (64).
Per considerare l’importanza del modello proprietario nell’economia neederlandese si considerino le diverse sorti della navigazione militare e commerciale delle Sette Province Unite, che apparivano come “l’instrument unique de la prospérité nationale” (65), grazie al quale “Amsterdam divenne la prima città commerciale del mondo intero” (66). Il comando della marina militare, nata da nuclei sviluppatisi nelle diverse province durante la rivolta antispagnola, malgrado le insistenze dello Stadholder che in qualità di ammiraglio generale “voleva istaurare un controllo centralizzato” (67), si articolava in cinque collegi, composti da deputati delle Province e sedenti ad Amsterdam, Middelburg, Rotterdam, Hoorn – Enkhuisen ed Harlingen, ciascuno dei quali seguiva la propria politica, poco curandosi di collaborare con gli altri, tanto è vero che, a scorno dello Stadholder, invece di ammiragliato al singolare “on prit l’habitude de dire ‘les amirautés’” (68).
Anche per lo sfruttamento commerciale delle Indie nacquero su base provinciale sei “compagnie dislocate ad Amsterdam, Middelburg, Delft, Rotterdam, Hoorn ed Enkhuizen” (69)), ma queste su consiglio del segretario degli Stati Generali Oldenbarneveldt (si ricordi che “gli Stati Generali stessi non erano un organo sovrano, perché agivano soltanto su istruzioni degli stati provinciali” (70) ), si unirono nel 1602 nella grande Compagnia delle Indie Orientali.
Si ha appunto una Compagnia, invece che una semplice società, quando un gruppo di imprenditori chiede all’autorità politica la garanzia del proprio privato ed esclusivo diritto ad esercitare una certa attività economica (71).
E non si può negare che “i privilegi di monopolio che i poteri politici olandese ed inglese hanno attribuito a compagnie coloniali ed altri nel corso del XVII secolo li hanno assai aiutati a razionalizzare la loro struttura interna ed a costruire una organizzazione commerciale solida nel mondo d’oltremare” (72).

LA SERENISSIMA

Se “nel 1600 il duca di Rohan commentava che, per ricchezza, Venezia era l’unica rivale di Amsterdam” (73), dove “l’élite governava non solo una città, ma un impero di terre e di mari (…) Il dominio di terraferma comprendeva da 1.500.000 a 2.000.000 di persone, parte delle quali viveva in città piuttosto grandi. Brescia, alla metà del XVII secolo, aveva circa 40.000 abitanti, Padova circa 30.000, Vicenza circa 25.000. In altre parole, Venezia non era tanto una città, quanto uno stato territoriale.” (74), anche “la Venezia del ‘500 era una città di quasi 150.000 abitanti con frequentazioni amplissime di gente di ogni dove e con continua immigrazione di uomini e di donne dai territori dello ‘stato da terra’ e dello ‘stato da mar’ attratti dalle possibilità di occupazione che la città offriva. Erano presenti cospicue e attive comunità greche, armene, tedesche, albanesi, ebraiche” (75).
Se “i mercanti rimasero a lungo la componente decisiva della società veneziana. Ancora nel ‘500, anche a livello europeo, quella del veneziano sarà immagine di mercante, si pensi a Shakespeare e al suo Mercante di Venezia” (76), va anche ricordato che “si presentavano ben sviluppati a Venezia, nel ‘500, le manifatture e gli artigianati. Grande rilievo economico e in termini di occupazione aveva il settore tessile (…) importanti erano i settori delle lavorazioni relative ai coloranti, alla tintoria, ai saponi, alla cera, ai materiali edilizi, alle polveri da sparo, ai medicinali ( celebre la ‘teriaca’, buona per tutti i mali), al vetro (…) Grande valore economico e tecnico-artistico avevano l’oreficeria, la gioielleria, le arti del corallo e dell’ambra. Celebri e fortissime erano le imprese editoriali-librarie (ottima qualità, tantissime stampe, moltissimi addetti). Di notevolissime dimensioni erano anche l’attività edilizia pubblica e privata” (77).
Questa prosperità economica era da secoli sotto l’usbergo “delle corporazioni (le ‘arti’) (…) nel ‘500 tali corporazioni sfioravano il centinaio” (78).
Alla fine del Settecento, subito prima che la baionetta napoleonica “per distruggere ogni privativa (…) annientasse qualunque corporazione, università, privilegio e simili di arti e mestieri” (79), a Venezia si contavano “più di cento corpi di mestiere nell’ultimo trentennio di vita della Repubblica” (80).

IL FALLIMENTO ILLUMINISTA

La battaglia culturale illuminista contro la proprietà privata dei mestieri fallì pienamente nel tentativo di conquista dell’opinione pubblica, che riteniamo distinta dagli “opinionisti” delle gazzette e dei “salotti” dell’establishment, mentre ebbe pieno successo nel convincere molti sovrani europei, quelli che saranno poi definiti i “despoti illuminati”.
Nei territori asburgici lombardi, le riforme anticorporative portate avanti da Maria Teresa prima e da Giuseppe II dopo furono “il frutto degli sforzi congiunti dei riformatori di tutta la Penisola, sostenuti da una dinastia straniera abbastanza forte da vincere la resistenza dei gruppi dirigenti locali” (81).
Esse nascono “non dal basso e da problemi specifici (…) bensì come conseguenza diretta, sistematica, delle scelte giuseppine” (82). Anche le riforme anticorporative dell’asburgico Granduca di Firenze, dovettero tenere conto della resistenza dell’opinione pubblica: per quanto “fosse nei propositi di Pietro Leopoldo addivenire d’un sol colpo alla soppressione delle corporazioni. In effetto le cose procedettero più lentamente e cautamente.” (83).
Si preferì agire in maniera subdola: “Non sembra che si addivenisse ad una formale soppressione delle corporazioni. Ma i provvedimenti presi nei loro confronti, aderendo perfettamente allo spirito della legislazione leopoldina, ne dovevano necessariamente provocare l’esaurimento.” (84).
Anche all’ombra di San Marco l’Illuminismo non poteva che constatare “i modesti risultati del movimento riformatore del Settecento veneziano in tema di corpi di mestiere” (85): onde anche per i funzionari napoleonici, che avevano presente “il vasto consenso sociale del quale il vecchio sistema continuava a godere, unica preoccupazione fu quella di procedere con cautela per evitare un’aperta reazione popolare alla già decisa soppressione” (86).
Suscitano un’impressione penosa le parole che l’ispettore generale delle Finanze Francesco Mengotti lascia come conclusioni operative nel Processo verbale della conferenza sullo scioglimento delle corporazioni d’arte che esistono in Venezia del 9 ottobre 1806.
Il Mengotti, il quale “spiccava per non comuni doti intellettuali, vasta cultura e sincerità di ideali (…) tra gli esponenti del tardo illuminismo veneziano. Infatti egli anticipa ampiamente posizioni teoriche che trionferanno definitivamente nell’Ottocento, per le quali la libertà di scambio e la libera concorrenza saranno i pilastri dell’ordine economico” (87), si ridusse a dettare: “Le arti tutte e le relative corporazioni abbiano ad essere sciolte, eccettuate soltanto quelle de’traghetti. Questo scioglimento non si ordini già mediante la pubblicazione di alcun editto, ma semplicemente col fatto e lentamente, cosicché la libertà s’introduca a gradi e il popolo la vegga già stabilita senza essersene accorto” (88).

PER AMORE O PER FORZA

Non ci si stupisca se, nella prassi illuminista, “il contrasto tra l’autoritarismo della forma e il liberismo dei contenuti non poteva essere più netto” (89).
Abbiamo più sopra visto, a proposito del latifondo, quanto ambiguo sia l’atteggiamento degli Illuministi verso la proprietà privata.
Forse non si rendevano conto di quanto diventi debole l’istituto della proprietà privata in “una concezione che potremmo chiamare atomistica del mondo economico” (90)?
E come mai, nell’istituto corporativo, attaccarono soprattutto l’elemento proprietario, lo IUS PRIVATIVUM?
In realtà, per gli Illuministi, lo slogan “libertà per la proprietà privata” maschera il puro odio all’ancien régime: “Il liberalismo economico ha dunque, all’origine, questo contenuto concreto e negativo: la libertà della proprietà si riferisce ai vincoli che ne ostacolavano la libera contrattazione; la libertà del lavoro è l’antitesi delle corporazioni” (91).
I riformatori presero atto dell’impossibilità di conquistare i cuori e le menti della maggioranza dell’opinione pubblica, anche perché la propaganda illuminista “si fonda su una rappresentazione del tutto teorica dei meccanismi del mercato, che non corrisponde in nulla alle condizioni concrete degli scambi” (92), ed ostentava di tenere in nessun conto la funzione esercitata dai regolamenti corporativi, “dai vincoli e dalle obbligazioni sociali che davano certezze agli operatori e ai consumatori” (93). I riformisti ebbero invece più successo nel conquistare l’appoggio dei sovrani assolutisti, i quali nell’accettare la profumata mela dell’acquisto di maggior potere schiacciando i corpi sociali intermedi, non si accorsero del veleno della ghigliottina: “Condorcet ha bene intuito il carattere del dispotismo illuminato quando ha scritto che l’interesse della prosperità pubblica (Leggi: Illuminismo. N.d.R.) si confonde spesso con quello del despota, perché, distruggendo gli avanzi del potere dei nobili e del clero, egli infondeva nelle leggi uno spirito d’uguaglianza i cui effetti potevano spesso essere salutari. In alcuni degli uomini che del movimento riformatore furono artefici ed attori c’è la coscienza dei nessi che intercorrono fra i vari momenti di quel moto e della sua portata storica e degli effetti che ne dovevano conseguire. Francesco Maria Gianni, il geniale ministro di Pietro Leopoldo, in una memoria del 1805, vedeva nell’emancipazione da tutti gli ostacoli che inceppavano l’esercizio di un’industria lecita e nella concessione della libertà di disporre delle private proprietà i primi passi di quell’onesta libertà civile, che avrebbe dovuto culminare nella costituzione” (94).

UN VUOTO DOLOROSO

Il diritto naturale prevede che ogni forma di proprietà privata con fini di lucro paghi un giusto tributo all’autorità politica che ne garantisce l’esistenza.
Le Corporazioni pagavano un tributo al potere sovrano che in condizioni normali non poteva essere eccessivamente esoso, in quanto essendo le Arti o Università o Mestieri o Gilde, etc., un corpo sociale con un peso politico, variante secondo i tempi e i luoghi, erano in grado di contrattare con l’autorità politica; inoltre era sconosciuta, di norma, l’evasione fiscale, in quanto la Corporazione provvedeva ad attribuire ai singoli membri la relativa quota del tributo da dare al sovrano: all’interno della stessa famiglia professionale ci si conosceva bene e si sapeva quanto ciascun membro era in grado di versare o non versare.
Il problema di sostituire la Corporazione in questa funzione tributaria che svolgeva fin dai tempi dei Collegia romani sollevò lunghe discussioni: nei domini asburgici lombardi, pur essendo la “scomparsa delle corporazioni, avvenuta nel marzo del 1787 (…) soltanto nel 1792, e ancora grazie all’infaticabile Beccaria, la tassa mercimoniale fu abolita e sostituita da un’imposta che presentava la grande novità di considerare il contribuente come soggetto individuale, rispondendo ad una logica di trasparenza in base alla quale il percettore di reddito non poteva più camuffarsi in un ‘corpo’” (95). Gli evasori fiscali dei secoli successivi ringrazino il grande illuminista milanese.
Molto meno lo dovrebbero ringraziare i consumatori: egli infatti attaccò con lucida malafede l’istituto corporativo proprio a proposito di una delle funzioni principali assolte da esso come titolo per pretendere dall’autorità politica il riconoscimento della sua privativa, ossia la qualità dei prodotti, “eredità (…) del pensiero corporativo medievale (…) l’idea del lavoro ben fatto e della protezione del consumatore” (96).
Beffardamente, il Beccaria (1738 - 1794) insegnava dalla sua cattedra: “Chi dunque dimanda privative, dimanda di potere ingannare impunemente, e all’ombra delle leggi tiranneggiare il compratore” (97).
Tutta contraria l’esperienza di chi contemplò gli effetti immediati dell’abrogazione dell’istituto corporativo.
Un magistrato della Venezia napoleonica lamenta “la lesione tollerata o sancita di quei diritti che, mantenuti rigorosamente incolumi dal cessato veneto governo, assicuravano la perfezione delle manifatture” (98).
Più dettagliata la critica di un osservatore nella Milano asburgica del 1790: “Una libertà illimitata ha prodotto gravi disordini negli effetti sociali. Succede il più delle volte che ingannato il pubblico dalla tenuità del prezzo che ne domanda l’inesperto artefice, o dalle condizioni apparentemente vantaggiose ch’egli propone, riescono le opere così male eseguite che la necessità esige rifarle di bel nuovo con doppia spesa. Sono ora pubbliche e continue le doglianze de’ fabbricatori verso i loro manifatturieri per li gravi errori palpabili che si commettono nella fabbricazione, per l’infedeltà nel maneggio della materia (…) Ma i più funesti disordini provenienti dalla suddetta illimitata libertà purtroppo veggonsi ogni giorno farsi maggiori ed irreparabili nei venditori di generi di prima necessità, che si fanno lecito di ingannare impunemente i compratori si nel peso che nella qualità de’ generi contrattati”. (99).
In effetti l’istituto corporativo prevedeva “precise norme che garantivano la trasparenza degli scambi sui mercati urbani specializzati, integrate dagli statuti che elencavano i generi di privativa dell’università e i requisiti degli operatori titolari del diritto di venderli (…) E ancora, gli statuti corporativi fissavano gli standard qualitativi minimi, spesso elevati, a cui il prodotto doveva essere conforme” (100).
Ma seguaci di Rousseau come il Beccaria, e comunque ostili all’idea cristiana di peccato originale come erano gli Illuministi in genere, non potevano tollerare l’idea che l’Umanità abbia bisogno di istituzioni grazie alle quali “si assicuri in tal guisa il buon servizio del pubblico, la perfezione de’ mestieri, la fedeltà nella contrattazione, e che si impedisca che gli uomini senza costume e senza pratica possano defraudare i cittadini e screditare le produzioni interne presso gli stranieri” (101).
Secondo costoro, l’Umanità, lasciata libera da ogni autorità, tende naturalmente al bene, pure se qualche singolo è malvagio: sarebbe invece l’autorità delle istituzioni la vera origine dei mali.
In un mercato veramente libero si “vedrà in breve (…) perfezionarsi le arti tutte, ribassarsi il livello de’ prezzi, l’abbondanza scorrere dovunque guidata dalla concorrenza, inseparabile compagna di lei (…) Il giudizio del compratore è sempre il più disappassionato e il più equo; e l’inesperto come l’indiscreto compratore resteranno sempre solitarj, e per mancanza di profitto costretti a diventar buoni o a uscire dalla professione. I corpi dunque delle arti e dei mestieri non producono il bene per cui furono istituiti, tendono a diminuire l’annua riproduzione e ad accostar la nazione alla sterilità; abolendoli dunque si farà un’ottima operazione” (102).
Come roussovianamente argomentava P. Giambattista Vasco O.P., i regolamenti corporativi “non prescrivono nulla più di ciò che nello stato di piena libertà si farebbe per contratto spontaneo” (103). Proposizione alquanto ottimista, potrebbe dire chi segue l’attuale “cronaca nera” eno-agro-alimentare.
Per non parlare poi del ruolo dell’istituto corporativo come “strumento di contenimento dei prezzi” (104) (ed il Vasco si mostra preoccupato per i pericoli che nascono “dai vincoli cui sogliono sottoporsi quelle professioni, e massimamente dalla legale fissazione del prezzo” (105), dovuto anche al fatto che la Corporazione “preservava la struttura distributiva sia dalla moltiplicazione dei passaggi intermedi tra produttori e consumatori, che dall’eccessiva frantumazione dai punti vendita” (106).

 

UN VUOTO ANGOSCIOSO

Inoltre “l’avvio del processo di scioglimento delle corporazioni porta a galla il problema dell’istruzione professionale” (107).
Ed ancora le Corporazioni o Università o Gilde o Arti, etc, mai a spese della collettività statale ma sempre a spese della singola famiglia professionale, limitando così abusi e truffe (stiamo comunque trattando di una istituzione concretamente esistita nella Cristianità europea per secoli e secoli, non di un sogno utopistico senza limiti e senza difetti), “assolvono anche funzioni di difesa dei lavoratori, di previdenza sociale e di mutuo soccorso. Quando costituiscono le doti alle figlie dei matricolati, quando distribuiscono sussidi agli infermi ed alle vedove, quando provvedono all’assistenza dei soci ammalati, quando assolvono doveri di pietà verso i moribondi ed i morti ed onorano Iddio, esercitano funzioni socialmente utili.” (108).
E poi ricordiamo le case d’abitazione che “avevano concesso (spesso gratuitamente) ai consociati particolarmente bisognosi” (109), oppure la determinazione annua, attraverso la “polizza di comparto” che prevedeva gli investimenti in base alle condizioni del commercio dell’epoca, “degli occupati e dei ‘soprannumerari’, i quali ultimi avevano diritto a un’indennità per la temporanea disoccupazione: una sorta di cassa integrazione ante litteram, con la differenza di non gravare sulla collettività” (110).

SOCIALISMO, UN SURROGATO INGANNEVOLE

Tale era il prestigio sociale dell’istituto corporativo, che gli Illuministi vollero dare un aspetto fittiziamente corporativo alla principale organizzazione di diffusione “dell’illuminismo: non solo dei suoi sogni filosofici, ma anche in quanto scuola di pratica e di discorso politico; scuola che, soprattutto nell’Europa continentale, fu costituita dalle logge <massoniche>” (111): la Massoneria nacque ad imitazione di una gilda medievale.
Si comprende come, dopo che entro la prima metà del secolo XIX la distruzione delle Corporazioni fu un fatto compiuto, l’angoscia provocata dal vuoto lasciato dall’istituto corporativo permettesse ai seguaci della setta socialista di cercare ed ottenere qualche consenso anche nel mondo cristiano.
Ovviamente, rimanendo nel solco della beffa massonica, costoro spacciarono le nuove figure del partito e del sindacato moderni, finalizzate al conflitto, come riedizioni di quei corpi sociali intermedi che al contrario, nella visione tomista, sono elementi d’ordine sociale.
Stewart Duckworth Headlam (1847 - 1924), sacerdote anglicano della Chiesa alta (…) si fece banditore della dottrina cristiano – sociale ripresa dai socialisti cristiani. Nel 1877 fondò la ‘Guild of St. Matthew’ (Gilda di San Matteo). Essa rappresentò (…) la principale espressione di socialismo nella Chiesa anglicana. Rispetto agli attivisti laici, essa contava solo un terzo di sacerdoti, che tuttavia rappresentavano la componente più attiva (…) Headlam era per una sorta di socialismo municipale e molto favorevole alla teoria di Henry George della nazionalizzaione del suolo, che egli estese anche al capitale. Infine riteneva che i riformatori sociali di ispirazione cristiana non dovessero rifiutare la cooperazione con i socialisti che si professavano atei. Headlam fu anche autore di molti saggi tra cui The Guild of St. Matthew. An Appeal to Churchmen (La Gilda di San Matteo. Un appello agli uomini di Chiesa, 1890)” (112).
Ovviamente “anche i sacerdoti cattolici cominciarono a considerare con maggiore attenzione i problemi sociali, dando vita al gruppo guidato dal cardinale Manning” (113).
Da parte loro, gli agitatori socialisti cercarono di trarre vantaggio da questa situazione: “Nel 1890 i socialisti, in una dimostrazione per le otto ore, portavano in trionfo il ritratto del cardinale accanto a quello di Marx. Le sue teorie e il suo comportamento gli valsero l’appellativo di socialista. Così egli rispose in una conversazione riportata da Le Figaro: ‘Mi chiamano socialista! Hanno torto: sono partigiano dell’organizzazione sociale, e non già del socialismo.’“ (114).
Anche il cardinale “Wilhelm Emmanuel von Ketteler, in cui è presente sia l’influsso di Lassalle sia quello derivato da assidue letture dei testi marxisti” (115), (1811 – 1877), antesignano della dottrina sociale della Chiesa, si dichiarava convinto che “famiglia (…) parrocchie, corpi di mestieri (…) hanno origine da una sola e medesima idea, vale a dire che l’associazione è una legge naturale dell’umanità, se vuole ottenere lo scopo segnatole dalla Provvidenza” (116), e che “i corpi dei mestieri, (…) costituivano anch’essi il più alto punto delle associazioni” (117).

UNA RISPOSTA INSUFFICIENTE

Si comprende come l’”Opera dei Congressi e comitati cattolici”, proprio per rispondere all’insidia socialista, nel suo IV Congresso, tenuto a Bergamo dal 10 al 14 ottobre 1877, formulasse fra le altre la dichiarazione secondo cui “ riconosce essere necessario organizzare Associazioni libere e cristiane che tornino alla famiglia operaia i benefizi delle antiche Corporazioni” (118).
Già prima il Sommo Pontefice, il Beato Pio IX, seguendo i consigli del P. Taparelli d’Azeglio S.I. (119), aveva emesso un motu proprio, in data 14 maggio 1852, “sulla ripristinazione delle Università, e Corporazioni di esercenti mestieri a qualunque siasi ramo di commercio” (120).
Ciò perché nel 1801, portando ad effetto indirizzi affermatisi sotto il Pontificato di SS. Pio VI (121), SS. Pio VII aveva firmato un motu proprio, il 16 dicembre, pubblicato con editto del 18 dicembre dal Cardinale Camerlengo, “in cui era stabilito il principio generale della soppressione delle corporazioni di mestiere” (122). Lo stesso Camerlengo andava a presiedere un’apposita Congregazione Economica che aveva l’incarico “di continuare l’opera di riforma” (123), cioè di soppressione delle Corporazioni.
La Congregazione aveva come Segretario “quel Mons. Nicola M. Nicolai, che per un cinquantennio fu una delle figure più notevoli nella storia economico-amministrativa dello Stato pontifico <che> si oppose energicamente ai tentativi di ricostituzione da parte delle soppresse università di mestiere” (124).
La Congregazione Economica, per il tramite dei vari titolari che si succedettero nella carica di Cardinal Camerlengo, riuscì brillantemente a frenare o a svuotare di sostanza i tentativi fatti dalle LL. SS. Pio VII (all’indomani della Restaurazione), Leone XII, Pio VIII e Gregorio XVI di ripristinare l’istituto corporativo (125).
Purtroppo riuscì a condizionare anche la redazione del motu proprio del Beato Papa Pio IX; se infatti il decreto ha cura dell’aspetto religioso e di quello familiare, a proposito del cuore dell’istituto, la sua struttura proprietaria, si esprime in termini negativi perfettamente conformi ai testi del Turgot o del Beccaria: “La ragione de’ tempi <SIC> e delle attuali legislazioni – era detto nel motu proprio di Pio IX – Ci vieta assolutamente di volgere i Nostri pensieri al ristabilimento degli antichi sistemi di privilegio in favore di qualche classe di commercianti, ed artisti” (126).
Leso nel suo elemento chiave, la proprietà privata dell’esercizio di un mestiere, all’istituto corporativo rimase solo, quale novello Sansone rapato ed accecato, di far bella mostra di sé nei saloni dei nuovi Filistei, dando ad esempio il proprio nome ad alcuni dipartimenti di uno Stato fondamentalmente hegeliano come quello di Benito Mussolini. Invece, data la radicale opposizione fra il concetto di corporazione ed ogni forma di tribalismo postmoderno, un istituto nazionalsocialista per l’organizzazione corporativa “ebbe breve vita” (127).

L’OPZIONE LIBERISTA
IL LIBERO MERCATO

Abbiamo visto come questo ambiguo atteggiamento degli Illuministi verso il concetto cattolico di proprietà privata sia stato utilizzato nella loro battaglia a favore del libero mercato, il quale va considerato come "il distillato del grande illuminismo scozzese del diciottesimo secolo." (128), il quale fu "uno dei rami più interessanti dell'illuminismo europeo" (129).
Di questo Illuminismo fu discepolo Adam Smith e, ai tempi nostri, dichiarò di mutuarne i concetti base Friedrick A. Hayek (1899 - 1992) (130).
Questo ambiente intellettuale sviluppò nel campo della teoria economica quel "tentativo di affrancarsi dalla dottrina rigorosamente teocentrica o comunque basata più su tradizionali principî di autorità" (131), e perciò "di liberare in qualche modo l'umanità, a mezzo del metodo scientifico, dagli effetti del peccato originale" (132), tentativo che già si era cominciato a sviluppare, sempre in base ad una prospettiva meccanicista, nel campo della filosofia della scienza ed in quello della teoria politica (Bacone, Hobbes).
Non è qui il luogo di mostrare come questo meccanicismo si sia sviluppato quale "opposto estremismo" al magismo ed occultismo rinascimentali (133), sviluppo evidentissimo nella figura del corrispondente di Cartesio nonché cd. "segretario della Repubblica delle lettere", il P. Marino Mersenne OFM (1588 - 1648) (134).
Se, nell'antichità classica e medioevale, filosofi e teologi avevano insegnato che la prosperità di una nazione dipendeva dalle virtù individuali delle élites dirigenti e, al seguito, del resto dei cittadini, (la Chiesa arrivò ad "assimilare l'usuraio con l'eretico") (135), l'Illuminismo si svincola dalla dipendenza dalla scelta individuale di fare il bene ed evitare il male immaginando meccanismi economici che cancellino il libero arbitrio: "Smith pensò che una 'società umana, se la osserviamo in una luce in qualche modo astratta e filosofica, ci appare come una grande, immensa macchina' (…) Di questa macchina due sono le forze motrici: il tornaconto individuale e la tendenza umana ad abbandonare la certezza dell'autosufficienza economica (…) 'La natura umana <ha> la tendenza a trafficare, a barattare e a scambiare una cosa con l'altra … Essa è comune a tutti gli uomini, e non si trova presso alcuna altra razza d'animali<SIC>, che pare non conoscano né questa, né altra specie di convenzione[Leggi: religione, N. d. R.]'- 'Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione dell'interesse proprio'." (136).
Se il Mandeville (1670 - 1733), autore della celebre Favola delle api, mirava con i suoi scritti a sviscerare la "natura della società e ricercarne i veri fondamenti in modo che appaia evidente che non sono le qualità buone e amabili dell'uomo, ma i suoi attributi cattivi e odiosi" (137), nello stesso senso lo Smith scrive: "Ogni individuo (…) non intende, in genere, perseguire l'interesse pubblico, né è consapevole della misura in cui lo sta perseguendo (…) Egli mira solo (…) al suo proprio guadagno, ed è condotto da una mano invisibile, in questo come molti altri casi, a perseguire un fine che non rientra nelle sue intenzioni. Né il fatto che tale fine non rientri nelle sue intenzioni è sempre un danno per la società. Perseguendo il suo interesse egli spesso persegue l'interesse della società in modo molto più efficace di quando intende effettivamente conseguirlo." (138).

L’UOMO – MACCHINA

Nel pensiero economico illuminista "lo strumento di analisi della realtà è il modello 'macchina' al cui interno ogni pezzo è correlato in rapporto ad ogni altro pezzo" (139), dove perciò scompare ogni responsabilità individuale di scelta fra virtù o peccato: "Questo tipo di riferimento interpretativo raggiunge il suo sviluppo massimo con l'opera di Pierre Simon Laplace (1749-1827) il quale (in relazione all'astronomia) afferma che ogni fenomeno rinvia agli altri e non è spiegabile individualmente" (140).
Questo modello, secondo il quale il libero mercato sarebbe stato regolato e reso "coerente dagli interessi individuali proprio come il sistema planetario era tenuto insieme dalle forze di gravità" (141), ebbe a lungo successo, se alla fine dell’Ottocento Léon Walras (1834 - 1910) scriveva: "Questa parte del nostro compito consisteva nella costruzione di una scienza completamente nuova: la scienza delle forze economiche analoga alla scienza delle forze astronomiche. Cito l'astronomia che in effetti è il modello cui prima o poi deve avvicinarsi la teoria della ricchezza sociale. Fatti naturali nel senso che sono e restano superiori alle convenzioni sociali [Leggi: religione, N. d. R.], e che si impongono alla volontà umana; leggi anch'esse naturali e quindi necessarie (…) fatti e leggi che richiedono un'ampia e feconda applicazione del calcolo e delle formule matematiche. L'analogia è completa e impressionante" (142).
Ancora ai nostri giorni, un intransigente difensore del libero mercato come Milton Friedman (1912 - 2006), nel 1976 "insignito del premio Nobel per la scienza economica" (143), affermava che "in economia le persone che cercano di fare solo il proprio interesse sono guidate da una mano invisibile a promuovere l'interesse pubblico" (144).
Ricordiamo che "la mano invisibile di Adam Smith non poteva essere identificata come una particolare persona, istituzione o programma, né con un ben definito meccanismo burocratico. Era un potere astratto immanente al sistema. (…) La mano invisibile non era altro che la qualità della regolazione automatica." (145).
Si esprime in questo senso anche il Friedman, secondo il quale "i prezzi che emergono dalle transizioni volontarie fra compratori e venditori - in breve nel libero mercato - sono capaci di coordinare l'attività di milioni di persone, di cui ognuna non conosce che il proprio interesse, in modo tale che la situazione di tutti se ne trovi migliorata. (…) Il sistema dei prezzi assolve questo compito in assenza di ogni direzione centrale, e senza che sia necessario che le persone si parlino o si amino <SIC> (…) L'ordine economico è un'emergenza, è la conseguenza non intenzionale e non voluta delle azioni di un gran numero di persone mosse soltanto dai propri interessi. (…) Il sistema dei prezzi funziona così bene e con tanta efficacia che noi siamo inconsapevoli che funzioni per la maggior parte del tempo." (146).
Non possiamo negare che "in questa insistenza a mostrare che l'ordine economico sfugge alla volontà, alla parola e alla coscienza degli uomini vi è veramente un paradosso" (147).

IL CAOS, NUOVA REGOLA DI MERCATO

Anche perché, nel frattempo, con il succedersi delle meccaniche (dal dominio della meccanica classica al predominio o egemonia della meccanica quantistica), "grave fu la crisi determinata dalla meccanica quantistica che colpì al cuore lo stesso nucleo del determinismo in meccanica (…) era così definitivamente 'saltato' il ruolo centrale che l'analogia meccanica aveva rivestito nella scienza classica. Ad esso si sostituì il criterio dell'analogia matematica" (148).
Il che vuol dire che alla costruzione teorica di "'modelli' meccanici dei fenomeni studiati" (149) si sostituisce un flusso di equazioni: senza che però si possa salvare la responsabilità individuale del soggetto che, come notoriamente teorizzato da uno dei fondamenti della meccanica quantistica, il principio di indeterminazione di Heisemberg, si suppone parte integrante del sistema.
L'abbandono del modello meccanico comporta anche l'abbandono del sogno di poter raggiungere un equilibrio stabile: "Il concetto che surroga quello di 'economia con un unico equilibrio' è quello di 'regolare' (…) Le economie regolari sono caratterizzate in primo luogo dal fatto di possedere un insieme discreto di equilibri" (150).
Da un equilibrio più arretrato ad un equilibrio più avanzato si dovrebbe passare tramite crisi quali le biforcazioni previste dalla teoria delle catastrofi di René Thom (151) o i momenti di distruzione creativa descritti da Schumpeter (152)
Questo almeno teorizzano gli economisti più ottimisti, quali il cd. "premio Nobel per l'economia" del 2008 Paul Krugman, per il quale "il concetto di sistemi che si autoorganizzano - di sistemi complessi nei quali la casualità e il caos sembrano evolvere spontaneamente in un ordine inatteso - è diventato un'idea sempre più influente (…) E' tempo di vedere come le nuove idee possano essere pienamente applicate a quel sistema immensamente complesso, ma che senza dubbio si auto organizza, che chiamiamo sistema economico" (153).
Studiosi più prudenti obiettano però che solo se esistono, ben separati, un certo numero di equilibri chiari e distinti si può pensare che le traiettorie di evoluzione del sistema possano tendere, tramite una breve crisi, da un ordine, un equilibrio, ad un altro ordine, un altro equilibrio: "Se però gli equilibri sono infiniti questa formulazione è imprecisa e può aversi una situazione più spiacevole: può aversi, ad esempio,un'intera curva di equilibri e certe traiettorie possono 'tendere agli equilibri' nel senso che tendono a tutta la curva, cioè oscillano intorno ad essa senza tendere a un equilibrio." (154).
Il che vuol dire che in tal caso l'illuminista sistema di libero mercato presenta "comportamenti selvaggiamente caotici" (155).

LA RIVOLUZIONE LIBERALE

L'unico valore oggettivo da dare al sistema di libero mercato torna ad essere quindi quello originale (Adam Smith era uno studioso di teologia morale), ossia l'opposizione assoluta fra concetto di libero mercato e concetto di peccato, individuale e originale, il che spiega per quale motivo i propugnatori del primo proclamino, per quanto di Sinistra, la "necessità di una rivoluzione liberale" (156).
Del termine si fece araldo Piero Gobetti, che intitolò così la sua rivista ed un suo famoso saggio.
All'interno di questo saggio, egli volle dare questo [per lui così impegnativo e programmatico!] titolo ad un breve paragrafo del primo dei quattro capitoli (o Libri ) in cui il Gobetti divise il suo saggio: questo Libro primo si intitola L'eredità del Risorgimento ed il paragrafo significativamente intitolato Rivoluzione liberale è una lode al Cavour: "Genio e costanza non insegnavano a governare l'Italia delle sette e della reazione clericale. La singolare virtù di Cavour è piuttosto nella franchezza della sua astuzia (…) dominanti i costumi della demagogia e della teocrazia, Cavour ha saputo cominciare il processo moderno di una rivoluzione liberale (…) Mentre creava nella vita popolare le condizioni obbiettive per una rinascita moderna fondata sugli imperativi dell'economia e non sui sogni della religione (Sottolineatura mia, N.d.R.) (…) Ma il capolavoro di Cavour - bisogna riconoscerlo, dopo tanti fraintendimenti - fu la politica ecclesiastica. Egli comprese la vanità di ogni lotta contro il cattolicismo in un paese cattolico e la necessità di combattere la Chiesa non su un terreno dogmatico, ma sul problema formale della libertà di coscienza. Intesa secondo questi principi, la formula Libera Chiesa in libero Stato non è più un'ambigua trovata di filosofia del diritto ma un'astuzia di politica internazionale (…) Cavour obbligava i paladini di una verità medioevale ad accettare per la lotta una pregiudiziale moderna (…) contro i residui di assolutismo inerenti in qualsiasi politica ispirata dalla Chiesa (…) la sua politica era assai più astuta di quella che gli potesse esser suggerita da una qualunque ideologia immanentista perché sconfiggeva l'assolutismo con risorse completamente realistiche. Sotto l'amministratore c'era anche il politico che aveva risolto modernamente i più difficili problemi dello spirito." (157).

LA CHIUSURA DEL CERCHIO:
L’ESPLOSIONE ATOMICA

La dinamica del libero mercato non si è chiusa con la forzata ed artificiosa ”atomizzazione del mondo corporativo” (158): dalla demolizione della secolare struttura proprietaria della famiglia professionale corporativa, si è arrivati a frammentare e stravolgere la proprietà privata della singola famiglia, con il “‘libero’ mercato” azionario (159).
Visto dall’esterno il mutamento è abbastanza semplice: i singoli tendono a perdere sempre più la proprietà degli strumenti di produzione e a divenire invece proprietari di pezzi di carta, comunemente conosciuti come azioni, obbligazioni o titoli in genere, che hanno acquistato la natura di beni mobili per effetto del meccanismo costituito dal pubblico mercato. Ma sotto a tutto ciò sta una trasformazione molto più radicale. Il controllo materiale degli strumenti di produzione è stato ceduto in misura crescente a gruppi ristretti che amministrano l’insieme delle proprietà solo presumibilmente, ma non necessariamente, nell’interesse dei possessori dei titoli.” (160).
Le grandi, medie e piccole famiglie imprenditoriali (il collegamento fra famiglia ed impresa è così stretto che in italiano ancora oggi si dice correntemente “casa automobilistica”, “casa vinicola”, “casa farmaceutica”, etc.), sono spinte ad abbandonare l’amministrazione dei propri beni affidandoli a manager professionisti, e ridursi così al solo godimento dei frutti azionari.
Addirittura i fanatici del libero mercato criticano non solo il cd “modello italiano”, in cui le singole famiglie, ancorché azioniste, pretendono di conservare il controllo dell’azienda, ma anche il modello tedesco, o “renano”, in cui un costante controllo sull’operato dei manager è svolto dalla banche azioniste: “Il complesso meccanismo di vincoli e controlli sull’operato delle imprese basato sul mercato, e sulle istituzioni che in presenza del mercato si formano, compensa abbondantemente la mancanza di ‘controllori’, cui sia affidato, in maniera esclusiva o prevalente, questo compito di sorveglianza, come possono essere le banche azioniste o un gruppo stabile di azionisti di riferimento (Leggi: famiglia. N.d.R.)” (161).
Abbiamo così “la disintegrazione dell’essenza stessa della proprietà” (162).
Il libero mercato illuminista, dopo aver imposto fra XVIII e XIX secolo, con la forza del dispotismo e delle baionette, “una concezione che potremmo chiamare atomistica del modo economico” (163), oggi con la “dissoluzione dell’atomo della proprietà distrugge il fondamento stesso su cui poggiava tutto l’ordine economico negli ultimi secoli e cioè un’impresa individuale plasmata sull’interesse del proprietario e un diritto di proprietà indeterminato nnel suo contenuto e tendenzialmente libero da ogni onere (…) L’esplosione dell’atomo della proprietà distrugge alla base il vecchio sistema” (164).

CONCLUSIONI

Le Corporazioni sono state demolite ed ormai i fanatici del mercatismo richiedono la scomparsa persino degli Ordini professionali, ultimi residui di Identità nel campo economico.
Si arriva così ad eccessi come quelli denunciati dal lettore di un quotidiano italiano nel 2008: “Per favorire la libera circolazione delle professioni è stato approvato, nel 2007 dal governo Prodi, un decreto che dà la possibilità di istituire di fronte al notaio una associazione professionale sanitaria, pur non essendo composta da professionisti del campo sanitario (…) Ritengo che riconoscere le associazioni al posto delle professioni sia rischioso in un contesto nazionale nel quale le forme di controllo appaiono flebili e tenue” (165).
Rimarrebbero dunque padrone del campo le altre tre opzioni economiche, se non fosse del tutto evidente il loro fallimento.
Un fallimento che non è dovuto a cause accidentali, esterne, ma alla ormai palese infondatezza dei loro presupposti.
D’altronde le opzioni socialista, anarchica e liberista sono, letteralmente, teorie elaborate a tavolino, vergate con penne d’oca alla luce incerta di candele e lampade a petrolio.
L’opzione corporativa, invece, è venuta lentamente maturando per secoli nell’Europa cristiana, evolvendosi e rispondendo alle necessità religiose, culturali e materiali di generazioni e generazioni di Cristiani.
Sarebbe ingenuo proporsi oggi di rimettersi seduti ad un tavolo, davanti allo schermo a cristalli liquidi di un computer, alla luce di lampade a LED, per digitare una nuova costituzione economica.
La soluzione non può emergere concretamente, socialmente, che in un solo modo: con la difesa ad oltranza dei Comandamenti che riguardano l’agire economico (non rubare, non desiderare la roba d’altri) i quali a loro volta presuppongono il quarto Comandamento sull’autorità familiare ed i primi tre Comandamenti, senza i quali tutti gli altri perdono ogni senso.
Il resto seguirà, necessariamente, in sovrappiù.

 NOTE

1) S. Tommaso d'Aquino, La Somma Teologica, vol.XVII, La Giustizia, Bologna, Ed. Studio Domenicano, 1984, [II, II, q. 66, a. 1] p.206.
2) Plinio Corrêa de Oliveira, Tradizione, famiglia, proprietà, in "Cristianità", n. 34-35, febbraio - marzo 1978, p. 5.
3) S. Tommaso d'Aquino, cit., [II, II, q. 66, a. 2], p.208.
4) SS. Pio XI, Lettera Enciclica "Quadragesimo Anno", 15 maggio 1931, in "Acta Apostolicae Sedis", vol. XXIII, p. 191.
5) Plinio Corrêa de Oliveira, La libertà della Chiesa nello Stato comunista, in "Cristianità", n.11-12, maggio - agosto 1975, p. 8.
6) SS. Pio XII, Radiomessaggio al Katholikentag di Vienna del 14 settembre 1952, in Idem, Discorsi e radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XIV, Città del Vaticano, Tip. Pol. Vaticana, 1955, p. 314.
7) Armando Barale, Il concetto di proprietà nel P. Taparelli, Pinerolo, Soc. Tip. Cottolengo, 1960, p.17.
8) Op. cit., p.111.
9) Op. cit., p. 113.
10) Romano Molesti, La funzione dell'agricoltura nel pensiero economico di Antonio Zanon, in Carlo M. Cipolla et a., a cura di, Fatti e idee di storia economica nei secoli XII-XX, Bologna, il Mulino, 1977, pp.647 - 648.
11) Luigi Dal Pane, Il tramonto delle corporazioni in Italia. Secoli XVIII e XIX, Milano, ISPI, 1940 - XVIII, pp. 25, 308, 312 e passim.
12) C. M. Cipolla et a., cit., p. 650.
13) Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, Milano, Mondadori, 1978, p.156.
14) Massimo L. Salvadori, Comunismo, in Enciclopedia delle Scienze Sociali, Vol. II, Roma, Ist. Enc. It., 1992, p. 195.
15) Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1977, p.484.
16) K. Marx, F. Engels, Manifesto, cit., p. 109).
17) Karl Marx, Il Capitale, Roma, Newton Compton, 1996, p. 267.
18) Friedrich Engels, Principi del comunismo, in K. Marx, F. Engels, Manifesto, cit., p.293.
19) Volin, La rivoluzione sconosciuta, Napoli, Edizioni RL, 1950, pp. 383 – 385; 457 – 461; e passim.
20) Cesare Zaccaria, Prefazione, in Volin, cit., p. VII.
21) Volin, cit., p. 274.
22) Op. cit., p. 377.
23) Daniel Guérin, Ni Dieu ni Maître, Paris, Maspero, 1970, p. 6.
24) H. E. Kaminsky, cit. in Hans Magnus Enzensberger, La breve estate dell’anarchia, Milano, Feltrinelli, 1973, p. 223.
25) Volin, cit., p. 386.
26) Op. cit., p. 413.
27) Op. cit., p. 466.
28) Op. cit., pp. 471 – 472.
29) H. M. Enzensberger, cit., p. 64.
30) Op. cit., p. 38.
31) Op. cit., pp. 40 – 47.
32) D. Guérin, cit., pp. 142 – 143.
33) H. M. Enzensberger, cit., p. 207.
34) Op. cit., p. 193.
35) Op. cit., p. 158.
36) Vernon Richards, Insegnamenti della rivoluzione spagnola, Genova-Nervi, Edizioni RL, 1957, p. 66.
37) D. Guérin, cit., p. 156.
38) H. M. Enzensberger, cit., p.191.
39) Op. cit., p. 199.
40) Op. cit., p. 192.
41) Op. cit., p.159.
42) L. Dal Pane, cit., p. 8.
43) Elisabetta Merlo, Le corporazioni, conflitti e soppressioni, Milano, FrancoAngeli, 1996, p. 94.
44) Cesare Mozzarelli, La riforma politica del 1786 e la nascita delle camere di commercio in Lombardia, in Idem, a cura di, Economia e corporazioni, Milano, A.Giuffré, 1988, p. 164.
45) L. Dal Pane, cit., p. 19).
46) Vittorio Cavallari, La fine del collegio romano e le origini della corporazione medievale, Verona, A. Chiamenti ed., 1939 – XVII, p. 27.
47) Op. cit., p. 8.
48) Op. cit., p. 27).
49) E. Merlo, cit., p. 69.
50) Op. cit., p. 14.
51) Cesare Beccaria, Elementi di economia pubblica, lezioni raccolte da Pietro Custodi, in L. Dal Pane, cit., pp. 279 – 280.
52) Op. cit., p.279.
53) Giambattista Vasco, Delle Università delle arti e mestieri, in L. Dal Pane, cit., pp. 314 – 316.
54) L. Dal Pane, cit., pp. 16 – 17.
55) Op. cit., p. 22.
56) Alberto Grohmann, In margine ad un registro della cancelleria di Ferdinando I d’Aragona, in Carlo M. Cipolla et a., Fatti e idee di storia economica nei secoli XII – XX, cit., p. 234.
57) L. Dal Pane, cit., p. 12.
58) E. Merlo, cit., p. 19.
59) Massimo Costantini, L’albero della libertà economica, Venezia, Arsenale ed., 1987, p. 26.
60) L. Dal Pane, cit., pp. 8 – 10.
61) Patrizia Mainoni, La Camera dei Mercanti di Milano tra economia e politica alla fine del Medioevo, inC.Mozzarelli, a cura di, Economia e Corporazioni, cit., p. 57.
62) Philippe Minard, Dibattito, in Atti della “Trentesima settimana di studi” dell’Istituto Internazionale di Storia Economica “F. Datini”, Poteri economici e poteri politici, secc. XIII – XVIII, Bagno a Ripoli, Le Monnier, 1999, p. 87.
63) Paul Zumthor, La vie quotidienne en Hollande au temps de Rembrandt, Paris, Hachette, 1959, p. 346.
64) Op. cit., p. 162.
65) Op. cit., p. 314.
66) Camillo Manfroni, Storia dell’Olanda, Milano, Hoepli, 1908, p. 247).
67) Peter Burke, Venezia e Amsterdam, Ancona - Bologna, Transeuropa, 1988, p. 68.
68) P. Zumthor, cit., p. 314.
69) Charles Wilson, La Repubblica olandese, Milano, Il Saggiatore, 1968, p. 208.
70) Op. cit., p. 46.
71) Paolo Ungari, Statuti di compagnie e società azionarie italiane (1638 – 1808), Milano, Giuffrè, 1993, p. X).
72) Herman Van der Wee, Le commerce mondial, la finance internazionale et le prince en Europe occidentale du Moyen-âge aux Temps Modernes, in Atti della “Trentesima Settimana di Studi”, cit., p. 723.
73) P. Burke, cit., p. 19.
74) Op. cit., p. 49.
75) Paolo Morachiello – Giovanni Scarabello, Venezia. XIV – XVI secolo: la repubblica aristocratica, Milano, Fenice 2000, 1994, p.62.
76) Op. cit., p. 17.
77) Op. cit., p. 58.
78) Op. cit., p. 59.
79) M. Costantini, cit., p.79.
80) Ugo Tucci, Presentazione, in M. Costantini, cit., p. 9.
81) E. Merlo, cit., p. 14.
82) C. Mozzarelli, cit., p. 178.
83) L. Dal Pane, cit., p. 27.
84) Op. cit., p. 29.
85) M. Costantini, cit., p. 29.
86) U. Tucci, cit., p. 11.
87) M. Costantini, cit., p. 74.
88) Cit. in op. cit., p. 86.
89) Op. cit., p. 127.
90) L. Dal Pane, cit., p. 21.
91) Op. cit., p. 19.
92 Philippe Minard, Contrôle économique et normes de production dans la France des Lumières, in Atti della “Trentesima Settimana di Studi”, cit., p. 644.
93) E. Merlo, cit., p. 46.
94) L. Dal Pane, cit., p. 22.
95) E. Merlo, p. 107.
96) Ph. Minard, Contrôle économique, cit., p.642.
97) C. Beccaria, Elementi, cit., p.279.
98) Cit. in M. Costantini, cit., p. 63.
99) Cit. in E. Merlo, cit., pp. 109 – 110.
100) Op. cit., pp. 67 – 68.
101) Pietro Verri, Meditazioni sulla Economia politica, in L. Dal Pane, cit., p. 284.
102) Op. cit., p. 286.
103) G. Vasco, cit., p. 309.
104) E. Merlo, cit., p. 103.
105) G. Vasco, cit., p. 305.
106) M. Costantini, cit., p. 104.
107) E. Merlo, cit., p. 100.
108) L. Dal Pane, cit., p. 36.
109) M. Costantini, cit., p. 115.
110) Op. cit., p. 97.
111) Margaret C. Jacob, Massoneria illuminata. Politica e cultura nell’Europa del Settecento, Torino, Einaudi, 1995, p.27.
112) Alfredo Luciani, Cristianesimo e movimento socialista in Europa, I, II, 1848 – 1890, Venezia, Marsilio, 1984, pp. 397 -399.
113) Op. cit., p. 400.
114) Op. cit., p. 406.
115) Op. cit., p. 427.
116) Cit. in op. cit., p. 445.
117) Cit. in op. cit., p. 447.
118) Op. cit., p. 128.
119) Elio Lodolini, Il tentativo di Pio IX per la ricostituzione delle corporazioni, in “Rassegna storica del Risorgimento”, ottobre – dicembre 1952, pp. 676 – 678.
120) Op. cit., p. 674.
121) L. Dal Pane, cit., p. 34.
122) E. Lodolini, cit., p. 664.
123) L. Dal Pane, cit., p. 33.
124) E. Lodolini, cit., p. 666.
125) Op. cit., pp. 666 – 670.
126) Op. cit., p. 674.
127) Franz Neumann, Behemot. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Milano, Feltrinelli, 1977, p. 216.
128) Piero Barucci, Adam Smith e la nascita dell'economia politica, Milano, A. Mondadori, 1991, p. 13.
129) Daniele Besomi, Giorgio Rampa, Dal liberalismo al liberismo, Torino, Giappichelli, 1998, p. 31.
130) Op.cit., p.187.
131) Massimo N. Marzi, La macchina e l'ingranaggio, Abano Terme, Francisci ed., 1983, p. 9.
132) Op.cit., p. 19.
133) Ernesto Screpanti, Stefano Zamagni, Profilo di storia del pensiero economico, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1989, p. 35.
134) D.Besomi, G.Rampa, cit., p. 43.
135) Daniela Parisi, Introduzione storica all'economia politica, Bologna, il Mulino, 1986, pp. 10 – 15.
136) Cit. in P. Barucci, cit., pp. 27 - 28.
137) Maria Emanuela Scribano, Natura umana e società competitiva, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 112.
138) Cit. in Otto Mayr, La bilancia e l'orologio, Bologna, il Mulino, 1988, pp. 289 - 290.
139) D. Parisi, cit., p. 27.
140) Ibidem.
141) Gunnar Myrdal, L'elemento politico nello sviluppo della teoria economica, Firenze, Sansoni, 1981, p. 36.
142) Cit. in Paolo Ramaccioni, Lo specchio meccanico dell'economia, Camerino, Università degli Studî, 1990, p. 11.
143) Mario Talamona, Prefazione, in Milton Friedman, Per il libero mercato, Milano, SugarCo ed., 1981, p. 9.
144) M. Friedman, cit., p. 51.
145) O. Mayr, cit., p. 290.
146) Cit. in P. Ramaccioni, cit., pp. 270 - 271.
147) Op. cit., p. 271.
148) Bruna Ingrao, Giorgio Israel, La mano invisibile. L'equilibrio economico nella storia della scienza, Roma-Bari, Laterza, 1996, p. 171.
149) Op.cit., p.172.
150) Op. cit., pp. 303-304.
151) Anthony Candiello, Il Caos, in Ferdinando Azzariti, a cura di, Il caos: nuova regola di mercato, Milano, FrancoAngeli, 2006, p. 22.
152) Alberto F. De Toni e Luca Comello, Il ruolo del caos, in F. Azzariti, cit., p.42.
153) Paul Krugman, Economia e auto-organizzazione, Milano, Giuffré, 2000, p.VIII.
154) B. Ingrao, G. Israel, cit., p. 321.
155) Op. cit., p. 292.                                                                     
156) Franco Debenedetti, Sappia la destra, Milano, Baldini & Castoldi, 2001, p. 362.
157) Piero Gobetti, La Rivoluzione Liberale, Torino, Einaudi, 1995, pp. 23 - 25.
158) E. Merlo, cit., p. 97.
159) Adolf A. Berle jr. e Gardiner C. Means, Società per azioni e proprietà privata, Torino, Einaudi, 1966, p. 274.
160) Op. cit., p.11.
161) Umberto Mosetti, Corporate Governance e modelli di proprietà e controllo delle imprese, Siena, Copinfax, 1996, p. 11.
162) A. Berle e C. Means, cit., p. 12.
163) L. Dal Pane, cit, p. 21.
164) Giovanni Silvio Coco, Crisi ed evoluzione nel diritto di proprietà, Milano, Giuffré, 1965, p.83.
165) Rolando Proietti Mancini, Lettere al direttore, in “la Repubblica”, 24 settembre 2008.

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